Utopia e distopia sono davvero concetti opposti?

Che senso ha chiedersi se utopia e distopia sIANO concetti opposti?

Il termine “distopia” nasce in esplicita contrapposizione con “utopia”. Detto ciò, la questione sembrerebbe essere già chiusa.

Allora perché scriverci un intero articolo?

Perché il discorso non è così semplice. Una cosa è parlare dell’etimologia delle due parole, altra cosa è considerare il loro utilizzo in letteratura. Utopia e distopia possono essere presenti all’interno dello stesso romanzo. Non solo: una società utopica può contenere i germi della distopia, come vedremo nel dettaglio.

Ma prima mi presento: sono Eva, una delle autrici della saga Stargarden. Come dicono i nostri personaggi, «Ex tenebris» a voi! E ora, addentriamoci nei segreti di utopia e distopia.

Utopia: etimologia E SIGNIFICATO

Da brava linguista, inizierò l’analisi dei due concetti partendo dalla loro etimologia.

Utopia: etimologia e significato

La parola “utopia” è composta da due termini mutuati dal greco antico:

  • οὐ, che significa “non”
  • τόπος, che significa “luogo”.

Perciò, utopia letteralmente significa “non luogo”, un luogo che non esiste.

Ma c’è una seconda interpretazione, perché la prima parte del termine può anche essere intesa come εὖ, cioè “bene”.

Utopia ha quindi un doppio significato:

  • “non luogo”
  • “luogo del bene”.

Non solo. Nell’uso comune ha due accezioni:

  1. può indicare una società ideale;
  2. può riferirsi a progetti/aspirazioni/speranze non realizzabili nel concreto.

Il termine è stato coniato da Thomas More per una sua opera scritta in latino, dal titolo “Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia” (1516).

L’Utopia di Thomas More

A scuola mi annoiavo tantissimo. Ricordo che avevo la simpatica abitudine di nascondere i romanzi di Salgari dentro il sussidiario, per impiegare le ore di lezione in maniera proficua. Al liceo, poi, ho cominciato direttamente a scrivere storie mentre i prof spiegavano (fingendo di prendere appunti).

Però, ogni tanto c’era qualche lezione che mi destava dal torpore. Una di queste è stata proprio quella dedicata all’utopia di More. È diventata l’inizio di un cammino molto lungo, che mi ha portata a elaborare diverse idee… fino a creare il mondo di Nuova Eden per la saga Stargarden.

Ma che cos’è, per Thomas More, questa “Utopia”? Si tratta di un’isola che ospita una società perfetta, dove c’è lavoro per tutti, non esistono i conflitti, la proprietà privata è abolita e ognuno ha molto tempo libero da dedicare allo studio e al riposo.

Per alcuni commentatori, More sarebbe un precursore del socialismo moderno. Secondo altri, il suo capolavoro sarebbe invece orientato a glorificare i valori della vita monacale cristiana: pace, non violenza e vita comunitaria.

In ogni caso, quest’opera ha svolto un ruolo fondamentale per lo sviluppo della letteratura utopica: non solo per le tematiche trattate, ma per la struttura stessa della narrazione (un viaggio immaginario in un paese ideale).

“Utopiae insulae tabula”, Ambrosius Holbein (1494-1519). Litografia originale, successivamente colorata.

Distopia: etimologia e significato

La parola “distopia” nasce dopo, precisamente nel 1868, ad opera del filosofo John Stuart Mill.

La sua etimologia è formata da due componenti:

  • il prefisso “δυς-” (dys), che annulla il significato positivo delle parole a cui si unisce, dando al termine un senso di contrarietà, difficoltà e dubbio.
  • “τόπος” (topos), che vuol dire “luogo”.

Letteralmente, la distopia indica un luogo negativo, anomalo, alterato.

Una buona definizione del termine potrebbe essere la seguente:

la distopia è una rappresentazione pessimistica del futuro, in cui si immaginano (o predicono) sviluppi negativi dell’assetto sociale, politico e tecnologico della civiltà umana“.

Per approfondire l’argomento, vi rimando al post del mio collega Robert Che vuol dire distopia? Etimologia, definizione ed esempi.

La fonte d’ispirazione di tutto il pensiero utopico

Anche se la parola “utopia” viene introdotta nel lessico comune nel 1516, il pensiero utopico nasce molto prima.

Il capostipite di questa corrente è Platone, col dialogo “La repubblica” (380-370 a.C.). Perché si tratta di un’opera fondamentale per il pensiero utopico occidentale? Perché contiene la descrizione dello stato ideale del grande filosofo greco.

La società utopica di Platone, introdotta e approfondita dal personaggio di Socrate, è basata sul concetto di giustizia. Secondo la sua visione, uno stato giusto impone ai suoi cittadini il ruolo da svolgere all’interno della comunità. Il governo è affidato a chi possiede sapienza e temperanza, cioè i filosofi. I soldati presiedono alla difesa della città, mentre gli artigiani occupano la posizione più bassa e hanno il compito di lavorare e procurare i beni materiali.

Utopia e distopia in Platone

La società ideale di Platone non è poi così idilliaca, a parere di un altro celebre filosofo.

K.R. Popper, nel saggio La società aperta e i suoi nemici, propone un’interpretazione del pensiero politico platonico molto distante dal concetto di “utopia”.

Secondo lui, Platone ne “La repubblica” tradisce Socrate. Lo rende il personaggio principale del dialogo, come spesso accade nei suoi scritti, ma non ne interpreta il pensiero in maniera corretta. Anzi, lo snatura. Ecco un brano del saggio La società aperta e i suoi nemici:

Il “Socrate” platonico della Repubblica è la personificazione di un radicale autoritarismo. […] Il suo fine educativo non è la stimolazione dell’autocritica e del pensiero critico in generale. È, piuttosto, l’indottrinamento, la modellatura delle menti e delle anime che (per ripetere una citazione delle “Leggi”), devono giungere «mediante abitudini a non conoscere, a non sapere assolutamente l’agire in qualche cosa separatamente dagli altri». E alla grande idea egualitaria e liberatrice di Socrate, all’idea che è possibile ragionare con uno schiavo e che c’è un legame intellettuale fra uomo e uomo, un mezzo di universale comprensione, cioè la “ragione”, si sostituisce la richiesta di un monopolio educativo della classe dirigente, unito alla più rigida censura persino dei dibattiti orali.

Traduzione di Renato Pavetto.

Nelle riflessioni di Popper troviamo una prima dimostrazione del concetto enunciato all’inizio: una società presentata come utopica da alcuni può contenere i germi della distopia per altri.

“L’acropoli di Atene” di Leo von Klenze (1846).

Utopia e distopia convivono fin dagli esordi DELLA LETTERATURA DISTOPICA

Utopia e distopia convivono nell’opera capostipite del pensiero utopico occidentale, come abbiamo appena visto. Ma lo fanno anche in quello che è comunemente considerato il primo libro distopico della letteratura.

Si tratta di “I cinquecento milioni della Bégum” (1879) di Jules Verne. In questo caso abbiamo proprio due società in contrapposizione tra loro: una connotata da una forte positività (l’utopica France-Ville) e l’altra da tinte negative (la distopica città industriale di Stahlstadt).

Perciò, le cose in filosofia e letteratura si fanno sempre più complicate. Abbiamo visto lo stato ideale di Platone divenire un “radicale autoritarismo” per Popper. Poi abbiamo visto un romanzo che ospita contemporaneamente la descrizione di una società utopica e di una società distopica. E non ci fermiamo qui!

Analizziamo altri due esempi: un’utopia che diventa distopia e una distopia con elementi utopici.

Quando l’utopia diventa distopia

Il genere utopico ha una particolarità: può comprendere sia libri fiction che non-fiction.

Per quanto riguarda la fiction, probabilmente il romanzo più famoso è “I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift.

È considerato utopico, ma in realtà è una geniale parodia dei romanzi utopici. E, in quanto parodia, evidenzia tutte le contraddizioni del genere.

Chi non conosce la storia di Lilliput e Blefuscu? Gli episodi narrati da Swift sono contenuti in moltissimi libri illustrati per bambini. Eppure, quest’opera non nasce affatto come un prodotto rivolto all’infanzia. I viaggi del protagonista sono in realtà una satira feroce dell’Inghilterra e della Francia settecentesca (e, a ben guardare, della civiltà umana in generale).

Le organizzazioni sociali descritte da Swift sono numerose. Per semplificare il discorso ne analizzeremo tre, ma ovviamente vi invito a leggere l’intero libro (se non l’avete già fatto!) per scoprirne tutti i risvolti!

Lilliput

Prendiamo la società di Lilliput. Sulla carta è organizzata in modo magistrale. L’autore sottolinea come le leggi siano state pensate non solo per punire i colpevoli, ma anche per premiare i virtuosi, al contrario di quando accade nella legislazione umana. Ma, nella realtà dei fatti, le cose avvengono in maniera molto diversa. I lillipuziani sono gretti e litigiosi. Non esitano a punire persone innocenti, se non rientrano più nelle loro grazie.

Lo stesso Gulliver passa dall’essere trattato con ogni onore al diventare il nemico pubblico numero uno, solo perché non è d’accordo col proposito di schiavizzare gli abitanti di Blefuscu (e anche perché fa pipì sul palazzo reale per spegnere un incendio…).

Luggnagg

Nell’isola di Luggnagg gli abitanti hanno il dono dell’immortalità. Riuscite a immaginare qualcosa di più desiderabile?

Peccato che gli Struldbrug (così si chiamano gli isolani) siano immortali, sì… ma non eternamente giovani. Perciò, quello che a prima vista può sembrare un sogno utopico in realtà è una condanna.

Houyhnhnm

La società più utopistica di tutte sembra essere quella dei cavalli senzienti Houyhnhnm, fondata unicamente sulla ragione. Gulliver è addirittura pronto a lasciare per sempre il consorzio umano pur di vivere in quel perfetto mondo equino, ma non viene accettato.

Gli Houyhnhnm non provano tristezza, non si uccidono tra loro, non mentono mai, sono organizzati e pacifici. Però non sono in grado di provare sentimenti, cosa che li porta a essere spietati. Questo è un punto molto importante: forse è la nostra stessa umanità, con tutto ciò che ne consegue (sentimenti positivi e negativi) a rendere impossibile qualsiasi utopia.

Gulliver abbandona la terra degli Houyhnhnms (Sawrey Gilpin).

Quando la distopia racchiude elementi utopici

Vi piacerebbe vivere in un mondo dove non esistono guerra e povertà? Un mondo dove gli uomini non hanno problemi di salute e sono privi di preoccupazioni?

È quello che avviene ne “Il mondo nuovo” (Aldous Huxley), uno dei più importanti romanzi distopici.

Nonostante le premesse, la società descritta da Huxley è tutto fuorché utopica. È dominata dal mito di Henry Ford e della produzione in serie. Il computo dei secoli è stato azzerato al 1908, quando è stata prodotta la prima Ford Model T. Il simbolo della “T” ha sostituito la croce cristiana, lo studio della storia è considerato inutile e dannoso, la riproduzione umana è extrauterina e avviene in apposite fabbriche. Tutta la società è divisa in caste, che prendono forma nel momento stesso in cui si sviluppa l’embrione.

Sono prezzi troppo alti da pagare, per vivere in un mondo dove non esistono le malattie, la povertà e la guerra? Direi di sì, visto che “Il nuovo mondo” è catalogato come romanzo distopico e non certo utopico!

Si potrebbero fare molti altri esempi della sovrapposizione di utopia e distopia in letteratura. Ma penso che questi siano sufficienti, ai fini del nostro discorso. Ora siamo pronti ad affrontare l’ultimo tema: c’è ancora spazio per il genere utopico nella narrativa moderna e contemporanea?

Il fascino dell’utopia

Mentre il genere distopico esplode nel Novecento (ed è facile capirne i motivi: il lavoro alienante nelle fabbriche, i regimi totalitari, le guerre e l’urbanizzazione selvaggia dipingono uno scenario futuro tutt’altro che positivo), il genere utopico non ha molta fortuna presso il pubblico contemporaneo.

A ben guardare, però, l’utopia si ritaglia ancora qualche spazio nella narrativa. Ecco alcuni esempi.

Dinotopia

Un ambito in cui continua ad essere popolare è quello della letteratura illustrata per l’infanzia, perché disegnare una società ideale può dare molta libertà e innumerevoli possibilità creative agli artisti.

Da bambina sono rimasta fulminata da “Dinotopia, un libro interattivo illustrato che racconta la storia di alcuni naufraghi finiti su un’isola abitata da dinosauri senzienti. Gli scenari sono spettacolari, particolareggiati e impreziositi da didascalie che riproducono la grafia ottocentesca.

Confesso di aver sempre avuto un debole per i dinosauri… infatti troverete anche loro in “Dark Ghost“!

L’utopia tolkeniana

Non solo fantascienza! Sono sempre stata attratta anche dal fantasy. A ben guardare, i due generi hanno molti punti in comune, come ho raccontato nell’articolo “Fantasy e fantascienza convivono in un nuovo genere: il cybernature“.

Ma perché tiro fuori il fantasy? Perché il tema dell’utopia è anche presente ne “Il Signore degli Anelli, il mio romanzo preferito.

A Lothlorien e a Imladris gli elfi cercano di ricrearsi la loro Valinor: una società ideale, al di fuori di tutte le questioni umane. Una specie di bolla magica, all’interno della quale si propongono di vivere in pace e armonia. C’è chi ci riesce meglio e chi peggio. Galadriel, ad esempio, è più abile di Elrond nel realizzare la sua utopia. Però, alla fine, c’è sempre qualcosa che distrugge la bolla.

Insomma, in tanti ci provano, ma è davvero possibile creare e mantenere una società utopica?

Nuova Eden

Nuova Eden è la società utopica descritta nel mio romanzo “Dark Ghost”, che inaugurerà la saga Stargarden. La sua organizzazione è basata sull’empatia, la fratellanza e l’ambientalismo.

Proprio come gli elfi di Tolkien, anche gli edeniti vivono all’interno di una bolla magica, che racchiude un mondo perfetto: verde, incontaminato, pacifico.

Ma sarà veramente tutto così idilliaco? O questa società nasconderà qualcosa di sordido? La risposta emergerà nel corso della saga!

“Dark Ghost” è già online! Scoprirete tutte le sue ambientazioni, in uno psichedelico viaggio tra utopia e distopia. Vi faremo conoscere il lussureggiante mondo di Nuova Eden, l’ipnotica Urbe Ancestralis e le degradate periferie di Fuck Town.

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A presto per nuovi approfondimenti e «Ad lucem» a tutti!

Eva.

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